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Se la vita ha un senso
   
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Se la vita ha un senso...

 
 
   

 
 

«La solitudine per essere diverso.

Per essere di questo mondo

ma non fatto per lui.

Ecco mio Dio il vero dramma

la piaga che non rimargina

la sconfinata malinconia

che mi consuma … »

(da Il Cantico di Tommaso - "Il senso della vita")

 

 

Scrive Dostoevskij: «L’uomo è un mistero che deve essere districato e se noi diamo la vita per questo fine, potremo dire di non averla sperperata; io mi voterò a questo mistero, perché voglio essere un uomo». E da queste parole fa emergere tutta l’inquietudine di chi, svegliandosi dall’ipnosi di un quotidiano trito e abitudinario, scopre la vita.

La vita, sì, ciò che abbiamo di più prezioso. Un mistero affascinante da abbracciare mentre si dispiega dinanzi a noi in tutta  la sua complessità: gioie e dolori, speranze e delusioni, successi e perdite; un intreccio che tuttavia non può e non deve essere districato; deve invece rimanere tale per essere chiamato ancora vita ed essere gustato, respirato, contemplato in tutta la sua bellezza.

È infatti il chiaroscuro che definendo luci ed ombre dà risalto all’immagine di un dipinto ed ha il potere di trasformarlo in un’opera d’arte.

No, la vita non è tanto un enigma da districare quanto piuttosto un mistero da significare.

Perché è proprio di significati e di senso che ci nutriamo. E definiamo insensato, malato di mente, pazzo chi compie azioni senza un perché, senza uno scopo, senza un senso.

La nostra vita nell’ipnosi quotidiana passa giorno dopo giorno, anno dopo anno.

Nella norma tutto ha il suo posto e il suo ordine, tutto ha il suo perché. Ma ecco, il crollo delle torri gemelle, il terremoto in Abruzzo, la malattia, la morte di un tuo caro, un incontro o semplicemente l’inspiegabile senso di vuoto che ti attanaglia dopo l’ennesima serata passata in discoteca e nasce il fatidico interrogativo: ma che senso ha?

Quando questa domanda accade, dilagano dirompenti tutti i nostri perché: che senso ha la vita? Esiste davvero la felicità? Perché il dolore di tanti innocenti? Può esistere davvero un Dio? C’è qualcosa oltre la morte? Perché esiste il male?

Mille perché a cui però la vita risponde solo a patto che siano state soddisfatte altre domande che lei stessa pone: «Tu chi sei veramente e dove stai andando? Cosa vuoi farne della tua vita? Cosa desideri veramente? Chi e cosa ti può far felice? Per che cosa ti stai sacrificando? Cosa rimane di ciò per cui ti stai impegnando?». Domande chiamate “esistenziali” non solo perché cercano di penetrare il significato profondo dell’esistenza ma perché sono capaci di stravolgerla pur lasciandoti esattamente dove sei.

La domanda circa il senso della vita è basilare per ogni essere umano. È ciò che fa la nostra grandezza, che ci distingue da ogni cosa e da ogni essere vivente presente sulla terra: la consapevolezza di esistere e di essere liberi di dare una direzione alla nostra vita.

Proprio in nome di questa libertà possiamo o no rispondere ad essa. Tuttavia farlo o non farlo non è la stessa cosa. La differenza è quella che passa tra una vita piena zeppa di significati ed una vita significativa. La prima è costellata di tante giustificazioni ai nostri modi di fare, alle nostre scelte alle nostre attività, ai nostri hobby; motivazioni che permettono di farci sentire a posto e coerenti in quel pezzetto di tempo che viviamo, in quel posto e in quell’ambiente, con quelle persone. Esse tuttavia riducono la vita ad una somma di frammenti di esperienze che difficilmente sono in grado di resistere alla prova del tempo, del sacrificio e della sofferenza.

Una vita significativa è invece una vita in cui tutto può lasciare un segno verso quell'unica direzione scelta. È una vita mossa da una grande meta, un valore o una rosa di valori capaci di motivare tutto ciò che siamo e facciamo; un unico senso per cui vale la pena gioire e soffrire, impegnarsi e godere; un criterio ed uno sguardo per vedere noi e il mondo, in base al quale dirigere le nostre scelte.

 Questa meta ci  attrae e ci sostiene perché più grande della nostra stessa vita; è in grado di fornire sempre nuove energie e motivazioni anche nelle situazioni più difficili e sofferte; di indicare la direzione  giusta anche quando si smarrisce la via.

Nel nostro mondo, che fa della razionalità il suo idolo e della funzionalità l’unico criterio di scelta, che considera la libertà soprattutto come diritto e premessa per una realizzazione personale basata su un falso concetto di dignità dell’uomo, molte sono le possibilità di fuga alla domanda di senso. Si viene quasi ipnotizzati dal moltiplicarsi di bisogni indotti, dalle frenetiche attività che si susseguono l’una all’altra: il lavoro, lo sport, il divertimento, l’impegno in parrocchia, i circoli culturali, la scuola di informatica…

Ma quando non c’è un’unica grande motivazione a giustificare questa frenesia, quando ci si sveglia dall’ipnosi a causa della piccola risposta che non regge più alla fatica, alle richieste di chi ci sta intorno o semplicemente al bisogno del momento, ecco insorgere la sensazione di frammentarietà, la delusione, il vuoto, la confusione.

E nella società dell’opulenza, dei comfort, dell’esaltazione dell’uomo, della verità, della libertà, dilagano depressione e noia ed il numero di suicidi cresce paurosamente.

Dare un senso alla vita permette invece di rispondere al desiderio più vero e profondo che ci abita. Tale meta è capace di farci sentire in una unità di cuore mente volontà; e ci permette di godere  anche se non la si raggiunge mai completamente; goderla solo per il fatto che essa è il centro di noi, è la nostra verità e ci sentiamo vivere (non sopravvivere) mentre siamo ancora in cammino verso di lei.

Chi decide di rispondere al grande perché della vita scopre che essa e un dono ma anche un compito, una responsabilità e che con essa il senso non ci viene regalato automaticamente. Si tratta invece di un lungo e a volte faticoso cammino, indispensabile se si vuol “vivere e non vivacchiare”, per riprendere un espressione del Beato Pier Giorgio Frassati.

Ci vuole buona volontà, disponibilità, umiltà ma anche competenze e persone capaci di fornire aiuto nella ricerca, in  questo percorso di verità.

 

 

Progetto Un senso per la vita
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perchè perchè perchè

«… Il termine “progetto” deriva dalla parola latina proiectus, participio passato di proicere che significa gettare. È strettamente legato a proiectare, pro + iectare = gettare avanti.

La definizione di “pro-getto” e “pro-gettare” allude all’azione del “gettare in avanti qualcosa”. Questa azione implica un movimento, fisico e non solo fisico, e richiama l’apertura al cambiamento, al mutamento, alla trasformazione: quando qualcosa (oggetto, idea, forza, concetto, pensiero…) è “gettata in avanti” è, in un certo senso, “messa in libertà”, liberata, sprigionata e può assumere un’altra forma, portare verso un’altra realtà, spostare su un altro piano.

Il progettare fa accarezzare futuro: impregna di speranza l’oggi, colma d’amore il passato, colora di attese il domani. Tutto ciò è possibile perché il progetto fa riferimento a “quello” scopo, a “quel” fine, a “quel” disegno che la persona sente di poter e dover dare alla propria vita. E così la vita non si esaurisce e non si appiattisce sull’orizzonte dell’oggi, ma si spalanca e accoglie sempre nuove “ragioni” per vivere e si esercita nel “render ragione” della speranza che abita in lei (cfr. 1Pt 3,15)».

 

M. Grazia Le Mura

 

 

 

«Cari amici,

la stagione della vita in cui siete immersi è tempo di scoperta: dei doni che Dio vi ha elargito e delle vostre responsabilità.

È, altresì, tempo di scelte fondamentali per costruire il vostro progetto di vita. È il momento, quindi, di interrogarvi sul senso autentico dell’esistenza e di domandarvi: “Sono soddisfatto della mia vita? C'è qualcosa che manca?”.

… Forse anche voi vivete situazioni di instabilità, di turbamento o di sofferenza, che vi portano ad aspirare ad una vita non mediocre e a chiedervi: in che consiste una vita riuscita? Che cosa devo fare? Quale potrebbe essere il mio progetto di vita? “Che cosa devo fare, affinché la mia vita abbia pieno valore e pieno senso?”

Non abbiate paura di affrontare queste domande! Lontano dal sopraffarvi, esse esprimono le grandi aspirazioni, che sono presenti nel vostro cuore. Pertanto, vanno ascoltate. Esse attendono risposte non superficiali, ma capaci di soddisfare le vostre autentiche attese di vita e di felicità… il Beato Pier Giorgio Frassati, morto nel 1925 all'età di 24 anni, diceva: “Voglio vivere e non vivacchiare!” e sulla foto di una scalata, inviata ad un amico, scriveva: “Verso l’alto”, alludendo alla perfezione cristiana, ma anche alla vita eterna. Cari giovani, vi esorto a non dimenticare questa prospettiva nel vostro progetto di vita: siamo chiamati all’eternità. Dio ci ha creati per stare con Lui, per sempre. Essa vi aiuterà a dare un senso pieno alle vostre scelte e a dare qualità alla vostra esistenza».

 

Papa Benedetto XVI

 

 

 

 

 

“Vivere in ultima analisi, non significa altro che avere la responsabilità di rispondere esattamente ai problemi vitali, di adempiere i compiti che la vita pone ad ogni singolo, di far fronte all’esigenza dell’ora…”

“Solamente nella misura in cui ci diamo, ci doniamo, ci mettiamo a disposizione del mondo, dei compiti e delle esigenze che – a partire da esso – ci interpellano nella nostra vita;  nella misura in cui ciò che conta per noi è il mondo esteriore e i suoi oggetti, e non noi stessi o i nostri bisogni, nella misura in cui realizziamo dei compiti e rispondiamo a delle esigenze, nella misura in cui noi attuiamo dei valori e realizziamo un significato, in questa misura solamente noi ci appagheremo e realizzeremo egualmente noi stessi…”

“Così l’uomo si realizza, non già preoccupandosi di realizzarsi, ma dimenticando se stesso e donandosi, trascurando se stesso e concentrando verso l’esterno tutti i suoi pensieri […]. Ciò che si chiama auto-realizzazione è, e deve rimanere, l’effetto dell’autotrascendenza (= capacità di andare oltre sé); è dannoso e anche autofrustrante farne oggetto di precisa intenzione.

E ciò che è vero per l’autorealizzazione, lo è anche per l’identità e per la felicità.

 

V. Frankl

 

 

 

   
 

 

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