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Scrive Dostoevskij:
«L’uomo
è un
mistero che deve essere districato e se noi diamo la
vita per questo fine, potremo dire di non averla
sperperata; io mi voterò a questo mistero, perché voglio
essere un uomo».
E da queste parole fa emergere tutta l’inquietudine di
chi, svegliandosi dall’ipnosi di un quotidiano trito e
abitudinario, scopre la vita.
La
vita,
sì, ciò che abbiamo di più prezioso. Un mistero
affascinante da abbracciare mentre si dispiega dinanzi a
noi in tutta la sua complessità: gioie e dolori,
speranze e delusioni, successi e perdite; un intreccio
che tuttavia non può e non deve essere districato; deve
invece rimanere tale per essere chiamato ancora vita ed
essere gustato, respirato, contemplato in tutta la sua
bellezza.
È infatti il chiaroscuro che definendo luci ed ombre dà
risalto all’immagine di un dipinto ed ha il potere di
trasformarlo in un’opera d’arte.
No, la vita non è tanto un enigma da districare quanto
piuttosto un mistero da significare.
Perché è proprio di significati e di senso che ci
nutriamo. E definiamo insensato, malato di mente, pazzo
chi compie azioni senza un perché, senza uno scopo,
senza un senso.
La nostra vita nell’ipnosi quotidiana passa giorno dopo
giorno, anno dopo anno.
Nella norma tutto ha il suo posto e il suo ordine, tutto
ha il suo perché. Ma ecco, il crollo delle torri
gemelle, il terremoto in Abruzzo, la malattia, la morte
di un tuo caro, un incontro o semplicemente
l’inspiegabile senso di vuoto che ti attanaglia dopo
l’ennesima serata passata in discoteca e nasce il
fatidico interrogativo: ma che senso ha?
Quando questa domanda accade, dilagano dirompenti tutti
i nostri perché: che senso ha la vita? Esiste davvero la
felicità? Perché il dolore di tanti innocenti? Può
esistere davvero un Dio? C’è qualcosa oltre la morte?
Perché esiste il male?
Mille perché a cui però la vita risponde solo a patto
che siano state soddisfatte altre domande che lei stessa
pone: «Tu chi sei veramente e dove stai andando? Cosa
vuoi farne della tua vita? Cosa desideri veramente? Chi
e cosa ti può far felice? Per che cosa ti stai
sacrificando? Cosa rimane di ciò per cui ti stai
impegnando?». Domande chiamate “esistenziali” non solo
perché cercano di penetrare il significato profondo
dell’esistenza ma perché sono capaci di stravolgerla pur
lasciandoti esattamente dove sei.
La domanda circa il senso della vita è basilare per ogni
essere umano. È ciò che fa la nostra grandezza, che ci
distingue da ogni cosa e da ogni essere vivente presente
sulla terra: la consapevolezza di esistere e di essere
liberi di dare una direzione alla nostra vita.
Proprio in nome di questa libertà possiamo o no
rispondere ad essa. Tuttavia farlo o non farlo non è la
stessa cosa. La differenza è quella che passa tra una
vita piena zeppa di significati ed una
vita
significativa.
La prima è costellata di tante giustificazioni ai nostri
modi di fare, alle nostre scelte alle nostre attività,
ai nostri hobby; motivazioni che permettono di farci
sentire a posto e coerenti in quel pezzetto di tempo che
viviamo, in quel posto e in quell’ambiente, con quelle
persone. Esse tuttavia riducono la vita ad una somma di
frammenti di esperienze che difficilmente sono in grado
di resistere alla prova del tempo, del sacrificio e
della sofferenza.
Una vita significativa è invece una vita in cui tutto può
lasciare un segno verso quell'unica direzione scelta. È una
vita mossa da una grande meta, un valore o una rosa di
valori capaci di motivare tutto ciò che siamo e facciamo; un
unico senso per cui vale la pena gioire e soffrire,
impegnarsi e godere; un criterio ed uno sguardo per vedere
noi e il mondo, in base al quale dirigere le nostre scelte.
Questa meta ci attrae e ci sostiene perché più grande
della nostra stessa vita; è in
grado di fornire sempre nuove energie e motivazioni
anche nelle situazioni più difficili e sofferte; di
indicare la direzione giusta anche quando si smarrisce
la via.
Nel nostro mondo, che fa della razionalità il suo idolo
e della funzionalità l’unico criterio di scelta, che
considera la libertà soprattutto come diritto e premessa
per una realizzazione personale basata su un falso
concetto di dignità dell’uomo, molte sono le possibilità
di fuga alla domanda di senso. Si viene quasi
ipnotizzati dal moltiplicarsi di bisogni indotti, dalle
frenetiche attività che si susseguono l’una all’altra:
il lavoro, lo sport, il divertimento, l’impegno in
parrocchia, i circoli culturali, la scuola di
informatica…
Ma quando non c’è un’unica grande motivazione a
giustificare questa frenesia, quando ci si sveglia
dall’ipnosi a causa della piccola risposta che non regge
più alla fatica, alle richieste di chi ci sta intorno o
semplicemente al bisogno del momento, ecco insorgere la
sensazione di frammentarietà, la delusione, il vuoto, la
confusione.
E nella società dell’opulenza, dei comfort,
dell’esaltazione dell’uomo, della verità, della libertà,
dilagano depressione e noia ed il numero di suicidi
cresce paurosamente.
Dare un
senso
alla vita
permette invece di rispondere al desiderio più vero e
profondo che ci abita. Tale meta è capace di farci
sentire in una unità di cuore mente volontà; e ci
permette di godere anche se non la si raggiunge mai
completamente; goderla solo per il fatto che essa è il
centro di noi, è la nostra verità e ci sentiamo vivere
(non sopravvivere) mentre siamo ancora in cammino verso
di lei.
Chi decide di rispondere al grande perché della vita
scopre che essa e un dono ma anche un compito, una
responsabilità e che con essa il senso non ci viene
regalato automaticamente. Si tratta invece di un lungo e
a volte faticoso cammino, indispensabile se si vuol
“vivere e non vivacchiare”, per riprendere un
espressione del Beato Pier Giorgio Frassati.
Ci vuole buona volontà, disponibilità, umiltà ma anche
competenze e persone capaci di fornire aiuto nella
ricerca, in questo percorso di verità. |