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L'articolo di Tommy

 

 

   

 


"Occhiali da analfabeta"


Mio nonno inforcava gli occhiali prima di dire di sì: “Voglio leggere e capire bene di cosa si tratta perché ci metto la faccia!” e non c’era verso, bisognava aspettare che avesse letto fino all’ultima riga. A quel punto se ne restava un po’ in silenzio, assorto, e con lo sguardo fisso da qualche parte, finalmente… firmava.
Di fatto, l’unica cosa per cui mio nonno prendeva la penna in mano era per apporre la sua firma, perché per il resto era analfabeta. Davanti ad un pezzo di carta però sapeva bene dove si trovava: “nel punto esatto in cui si poteva giocare l’onore” o la faccia, come lui lo chiamava. Ed era molto di più di una stretta di mano. Il proprio nome, infatti, scritto su un foglio per lui era come “un’impronta che lasci per sempre nella storia della famiglia, del tuo paese, nella vita dei tuoi figli e in quella dei figli dei tuoi figli”, perché “da morto non potrai più usare le parole”.
Nonno Vito non sapeva leggere né scrivere, sapeva fare solo la sua firma, ma venerava la scrittura e quelli che ne possedevano l’arte; la contemplava dappertutto: sui giornali, sui libri, sui muri, sulle cose… e rimaneva sempre incantato quando gli capitava di vedere qualcuno intento a scrivere. Ai suoi tempi infatti era raro, perché l’ignoranza in Italia costituiva il patrimonio del 70% della popolazione.
Ricordo che quando per me venne il tempo di imparare a scrivere, in prima elementare, era solito sedermi accanto quando facevo i compiti, per contemplare estasiato la punta della mia matita che vergava il silenzio della pagina vuota. Sorrideva compiaciuto nel seguire la mia mano incerta e si divertiva come un bambino nel vedermi usare la gomma: “Ma guarda un po’ cosa sono stati capaci di inventarsi questi scrittori per cancellare i propri errori, fosse così semplice anche nella vita…”.
Un giorno gli proposi di imparare a scrivere con me ma lui mi rispose così: “E per cosa fare? Io sono vecchio ormai e le cose che ho scritto nella mia vita non si potranno più cancellare… So fare la mia firma e questo mi basta, mi è sempre bastato. E poi io so leggere!”, e ridevamo divertiti perché  tutti e due sapevamo che non era vero.
Tuttora mi chiedo come facesse a capire quello che leggeva, a meno che non sia vero quanto si dice e cioè che l’amore per le cose e le persone a volte apre scenari impossibili e accede ad una conoscenza inaspettata.  Quasi misteriosa.
Una volta, infastidito dalla sua ritrosia ad imparare a scrivere, lo rimproverai: “Ma perché nonno ti ostini ad accontentarti di fare solo la tua firma? Io posso insegnarti a scrivere se vuoi…”.
Aveva capito bene il mio disappunto, così si alzò dalla poltrona e si sedette accanto a me che tenevo il libro di lettura aperto sul tavolo. Lo prese tra le mani e cominciò a sfogliarlo, sorvolando le immagini e fermandosi invece sui caratteri della scrittura, attirato soprattutto dalla diversità di forme e di colore dei titoli di inizio paragrafo. Poi lo chiuse, mi guardò a lungo e mi rispose: “Tommy, è giusto che tu impari a leggere e scrivere perché ti servirà nel mondo in cui vivi, e spero vivrai ancora per molto. Non è invece servito a me per vivere ed ora sarebbe soltanto superfluo. Quello che invece è importante per tutti e due è imparare a leggere la vita che il buon Dio ci concederà di vivere e per questo, credimi, non c’è bisogno di saper scrivere tante parole, basta saper fare la propria firma”.
Credo che quella fu la lezione più importante della mia vita scolastica e me la fece mio nonno analfabeta, che per nessun motivo al mondo avrebbe voluto essere qualificato un parolaio. Perché lui chiamava così quelli che con troppa facilità usano le parole e gli scritti per confondere se stessi e gli altri, per nascondere e raggirare la gente: “Sono soltanto dei disonesti, non sanno tacere prima di parlare”.  Ed io credo che sia proprio così. L’uso troppo disinvolto della parola, infatti, le toglie il suo significato. Mentre è solo il silenzio a darle spessore e pregnanza, così come avviene per la musica che per esserci deve affidarsi ai suoni e alle pause. Diversamente si dà accesso al diluvio parolaio, nel quale tutti parlano e nessuno capisce; tutti si sentono in diritto di esprimere la propria opinione e nessuno sa più come difendersi dalla pioggia di parole inconcludenti, ammiccanti, a volte indiscrete e indisponenti. 
Se quanto si dice con le parole, infatti, non è seguito da azioni corrispondenti che ne asseriscono l’autenticità, se cioè ogni parola non è abitata da una coerenza di vita, essa resta vuota, come un cembalo sonante, un abisso di insignificanza.
Per mio nonno contava più di tutto la sua firma, perché sapeva che il suo nome “scritto in un foglio” lo avrebbe legato per sempre all’impegno preso. Diversamente ci avrebbe perso la faccia e con questo voleva dire che avrebbe perso la stima di se stesso per primo e poi quella di tutta la famiglia, dei suoi figli, del suo paese e di tutta la società. Ma soprattutto avrebbe scritto – e a quel punto proprio scritto – una pagina squallida nella storia dell’Umanità. “Questione di onore” diceva, e per onore intendeva molte cose: prima di tutto che, trattandosi di una parola sacra, non si poteva prendere alla leggera, pena la perdita della propria dignità, e poi che l’onore era tutta una questione di onestà. Una parola, quest’ultima, che una volta mi spiegò così: “L’onestà, figlio mio, è il coraggio che uno ha di guardare Dio negli occhi”.

Nonno Vito, che non sapeva leggere ma leggeva, che non sapeva scrivere ma firmava, non ebbe mai dubbi a proposito della stima di sé, forse perché aveva capito che la fiducia in se stessi non è la dote che appartiene ai soliti pochi fortunati, piuttosto una conquista accessibile a tutti: tutti coloro che fanno seguire alle parole fatti consequenziali, che sono persone affidabili perché mai perderebbero la faccia e che sono esigenti con se stessi quando si tratta di firmare con il proprio nome il loro passaggio in questo mondo. Una dote possibile ad ogni uomo che sa inforcare gli occhiali per leggere da analfabeta il mistero della vita.


 


Tommy

 


 

L'articolo è stato pubblicato nel giornalino n° 2,  Anno XXI - 2016

 

 


 

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