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Da
un po’ di tempo ho preso una buona abitudine e quando posso,
soprattutto la domenica, faccio delle lunghe passeggiate. Al
mattino presto, e d’inverno prima ancora che faccia giorno,
attraverso in fretta le stradine del centro storico e
raggiungo la campagna, appena oltre l’immediata periferia.
Lì, gli alberi mi sembrano più verdi. Oltre che fisicamente,
mi serve anche per rimanere un po’ con me stesso e pensare:
durante la settimana infatti mi riesce davvero difficile
dedicarmi del tempo.
A volte
incontro altri camminatori molto più esperti e attrezzati di
me: tuta di stagione, scarpe da ginnastica appropriate e… un
filo che pende dai rispettivi orecchi. Del tutto assorti in
quello che gli arriva ai timpani dall’Ipode,
hanno lo sguardo completamente perso nel vuoto. Mi passano
vicino senza neanche vedermi e se per caso stanno correndo
sanno schivare l’ostacolo, che sarei io, con eccezionale
maestria. Se capita di scontrarsi non mi prendo più neanche
la briga di scusarmi, tanto non possono sentirmi né vedermi.
Talvolta vanno anche in coppia: quattro fili che pendono
dalle orecchie, senza scambiarsi una parola, né un minimo
cenno che possa dire la consapevolezza di una presenza al
proprio fianco.
In verità,
di questi tipi ce ne sono un po’ dovunque; li puoi
incontrare sull’autobus, nelle sale d’attesa, nei
supermercati, a scuola, in ascensore … ed hai la sensazione
che la solitudine stia invadendo l’umanità.
E quando
non c’è l’Ipode
ci sono i telefonini. Mi direte: «Beh, almeno quelli servono
per comunicare con l’altro!» e in teoria avete ragione, ma
sentite cosa mi è successo di recente: ho un amico con il
quale mi consiglio su certe questioni perché ne riconosco la
competenza e poi, essendo un cristiano, ci intendiamo bene
su certe cose. Gli avevo chiesto un po’ di tempo per
parlargli di una faccenda che mi stava molto a cuore. «Certo
Tommy, vieni pure quando vuoi» e così il giorno stesso mi
sono recato a casa sua. Dopo un minuto che avevo iniziato a
parlare squilla il suo cellulare: «Scusami un attimo» ed io
educatamente mi sono spostato verso la finestra per non
ascoltare la conversazione. Riprendiamo il discorso e dopo
dieci minuti l’aggeggio torna a suonare, questa volta con
una musichetta diversa. Luigi mi esorta ad avere pazienza.
Trascorre un quarto d’ora ed io comincio a sentirmi di
troppo. Per fortuna la telefonata finisce e torno a sedermi
in poltrona. «Dunque, cosa mi stavi dicendo?». Riprendo
coraggio, ma non faccio in tempo ad aprire bocca che il
telefonino trilla di nuovo. Spazientito, invito il mio amico
a spegnere per un po’ il cellulare e questa è stata la sua
risposta: «Lo farei volentieri ma non posso. Se qualcuno
avesse bisogno di me vorrei che mi trovasse sempre
disponibile. Lo capisci, vero?». Avevo capito perfettamente
e, scusandomi, me ne sono andato perché il tempo che avevo a
disposizione era finito.
Domenica
scorsa, come al solito di mattina presto e prima di recarmi
in chiesa, ho fatto la mia lunga passeggiata ed ho
incontrato due persone: una ragazza che, mentre correva sul
marciapiede, urtandomi con il braccio mi ha sorriso
chiedendomi scusa ed un signore distinto che mi ha salutato
con un sonoro «Buongiorno!» Naturalmente non li conoscevo,
ma immediatamente è scattata la mia riflessione: com’è
diverso quando il caos e il traffico della città sono ancora
lontani; finalmente si incontrano persone, volti e non più
la gente.
L’altro smette di essere un intoppo e diventa il
tu
che mi permette di dire
io,
garantendomi non solo di essere al mondo ma anche di avere
un’identità.
Questa
infatti prima di essere una realtà personale è un fenomeno
psico-sociale: l’individuo si trova all’incrocio di numerose
reti di relazioni.
All’inizio è la relazione,
dice il filosofo contemporaneo Buber, il quale indica in
maniera lapidaria questa profonda verità dell’essere umano.
L’uomo realizza se stesso come
unità
dialogica, al punto
che è proprio la sua capacità di relazione a garantirgli la
maturità. Ma accedere all’alterità (altro
da me), rinunciando
alle attese e/o pretese narcisistiche ed egocentriche, non è
automatico e neppure facile in questa nostra cultura
del
monologo, la quale sforna quasi ossessivamente un’ infinità
di slogans narcisistici. Ciò che conta è: vincere superando
gli altri, apparire ad ogni costo, sedurre azzeccando
l’immagine vincente, ecc. La nuova virtù potrebbe essere
questa: «Abbi cura di te stesso, pensa a te, realizzati
anche a scapito dell’altro e... di te stesso», tanto che
appare drammaticamente vera la storia di Narciso, il quale
incontra la morte proprio quando si fissa sulla propria
immagine anziché sull’altro. E invece la relazione è la
nostra prima dimora, l’inizio,
così non possiamo trascurare l’alterità che ci abita e ci
costituisce, anzi, siamo tenuti a prendercene cura.
Quello che
potrebbe aiutarci a riprenderla è la
sensibilità,
una virtù di cui sembra se ne siano perse le tracce.
L’attenzione all’altro, la disponibilità nell’ascoltarlo e
la gentilezza, non solo gioverebbero a recuperare la nostra
dimensione dialogica, ma ci parlerebbero anche di noi, di
quello che abbiamo nel cuore. Dunque: rientrare in se stessi
per uscire da sé e incontrare l’altro, fino all’Altro con
l’A maiuscola. Dio infatti non lo si spiega, lo si incontra;
è il TU che si trova su questo cammino di auto-trascendenza.
Non c’è altro modo per fare esperienza di Lui.
Di fronte
a chi mi dice di aver incontrato Dio e che con Lui le cose
vanno benissimo mentre con il prossimo ha seri problemi,
resto perplesso perché dubito molto su chi ha davvero
incontrato.
Credo
proprio che debba essere reintrodotta la cortesia, stretta
collaboratrice della sensibilità, insieme alla buona
educazione, alla gentilezza e al rispetto. Essa infatti è
fatta di piccoli gesti, di
forme
che dicono l’esatto contrario della scorrettezza, della
grossolanità e rozzezza.
Certo che
bisogna adeguarsi ai tempi, ma questo non autorizza nessuno
ad essere maleducato e villanzone, a volte fino a rasentare
l’inciviltà. Bisogna stare in guardia quando si sente dire
che la forma non conta niente e quindi bisogna
sbarazzarsene, infatti non è garantito che una volta tolta
di mezzo la forma, automaticamente spunti fuori la sostanza.
Quando qualcuno afferma: «Ha una scorza ruvida e non brilla
certo per gentilezza, ma in fondo in fondo è una brava
persona», non riesco a fidarmi perché di fatto è con la
scorza
che si incontra l’altro.
Ho letto
da qualche parte che la cortesia è
nata a corte,
quindi nel palazzo del re al quale si doveva rispetto; per
cui chi si comporta con cortesia verso l’altra persona la
riconosce immediatamente superiore: ne ribadisce
l’importanza, la sacralità.
A pensarci
bene anche il nostro Dio è beneducato:
Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia
voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed
egli con me.
Insomma,
sono convinto che la cortesia mostra la nostra capacità di
relazionarci, perché denuncia apertamente e subito il
concetto che abbiamo del prossimo e la carità che intendiamo
usargli.
Per
avvalorare il mio pensiero mi faccio aiutare da R. Guardini
il quale, ricordando l’insegnamento della sua vecchia
maestra, scrive:
Ricordati che c’è non solo il grande amore del prossimo,
quando ci capiterà di dover aiutare qualcuno in un grande
bisogno o di dover essere fedeli fra grandi difficoltà. Ma
per quello piccolo il tempo c’è sempre, è l’amore di tutti i
giorni. Si chiama cortesia.
La mia
passeggiata e i miei pensieri stavano concludendosi perché
nel frattempo ero arrivato alla porta della chiesa. Di lì a
poco sarebbe iniziata la S. Messa. Stavo per entrare quando
vedo arrivare di fretta il Vescovo che con il cenno di
togliersi il cappello mi saluta con un cordiale e sonoro
«Buongiorno!».
Fine della
riflessione: vedi Tommy che hai ragione, anche Dio è
cortese!
Tommy
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