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"Rampolli moderni

parolacce antiche"


Ho imparato la vita frequentando una scuola del tutto speciale, aperta ogni giorno e senza feste o vacanze di sorta; debbo dire però che di queste ultime non ne ho mai sofferto la mancanza. L’aula non era sempre la stessa, variando a secondo delle stagioni e degli insegnanti: la cucina d’inverno, gli scalini di casa d’estate, la strada per ogni occasione.
I maestri erano tanti e tutti competenti nelle proprie materie, a cominciare dalla signora Anna che la maestra l’aveva fatta sul serio in gioventù e che ci parlava in parabole, favole e racconti, o esperienze di vita come le chiamava lei; non perdeva occasione per regalarci gli strumenti per diventare adulti. C’era Barcone, il padrone del Bar all’angolo di Via Cairoli, al quale ricorrevano tutti i ragazzini della via per un bicchier d’acqua che non rifiutava mai, ma a condizione che gli venisse chiesto “per favore” e lo si ringraziasse prima di accingersi a bere; Cirillo il falegname che aveva cinque figli, di cui uno in seminario e una in collegio dalle suore, soprannominato lo spione perché non mancava mai di informare i genitori sulle nostre marachelle e comportamenti scorretti. Lui lo reputava un “rendiconto doveroso”, noi semplicemente una carognata. E infine faceva parte del collegio degli insegnanti anche Stecchetta, la zitella del quartiere, secca e arrugginita come un chiodo, ma intinta in un bidone di melassa: sapeva tutto della storia d’Italia e della nostra città.
Sui banchi i maestri elementari, oltre alle materie di studio, insegnavano le regole di buona condotta, a casa i genitori le ampliavano e ne curavano la messa in pratica, per strada - una vera e propria maestra di vita - potevamo testare il nostro grado di apprendimento. Cosicché già all’ingresso nelle Scuole Medie padroneggiavamo un discreto bagaglio culturale, fatto soprattutto di valori testimoniati dagli adulti e un ricco vocabolario, costituito anche di parole come buongiorno e buona sera ai grandi in segno di rispetto, ciao per gli amici coetanei, prego si accomodi per la dovuta attenzione agli anziani, alle donne incinte e ai malati che avevano il diritto d’essere favoriti, per favore, grazie, permesso e tante altre… parolacce antiche.

Tutto questo preambolo per raccontare un fatto a cui ho assistito pochi giorni fa e che mi ha dato modo di riflettere a lungo e ricordare.
Mi trovavo al lavoro poco prima dell’orario di chiusura quando, come al solito, arriva il figlio di una mia collega: non saluta nessuno, getta a terra lo zaino e si piazza seduto proprio davanti alla mia scrivania; prende in mano il suo cellulare (congegno moderno che contrariamente a ciò che si pensa non serve a comunicare o a creare relazioni, perché queste si nutrono di incontri faccia a faccia, volto a volto) e si mette a giocare a testa bassa: come se nella stanza non ci fosse altri che lui. Poco dopo rientra la madre da un ufficio accanto e il rampollo diventa di colpo più simpatico e socievole: sfoggiando tra le mani un oggetto delicato afferma trionfante d’averlo rubato a scuola. A questo punto io mi aspettavo una reazione o un minimo di disapprovazione da parte della mamma e invece la mia collega, sorridendo, si rivolge al figlio in questa maniera:
 Mi hai riempito casa di quegli aggeggi, a che cosa ti serviranno  mai?
 Tu non ti preoccupare – risponde il giovanotto – e poi questo è prezioso, vale almeno settanta euro! Mica è come quegli altri che ho fregato!
La madre ribadisce al figlio l’inutilità di quanto ha trafugato e salutando (naturalmente solo lei) se ne va col suo pargoletto.
Mi rivolgo all’altro collega e chiedo:
 Ma com’ è possibile non rimproverare un figlio che ruba a scuola e poi ha pure il coraggio di sbandierarlo sfrontatamente?
La sua risposta è stata questa: «Ma è solo un adolescente che si vanta e fa lo sbruffone per la bravata che ha fatto. Siamo stati tutti spacconi alla sua età… e poi mica varrà veramente quanto ha detto». C’è mancato poco che mi sentissi un cretino, ma ho risposto: «Sicuramente alla sua età sarò stato anch’io un fanfarone, ma non ho mai rubato niente e comunque se lo avessi fatto avrei dovuto guardarmi bene dal dirlo ai miei genitori».
Punto.

E per andare a capo torno ad un racconto della sig.ra Anna: «Eravamo una famiglia non propriamente agiata e mia madre faticava a sbarcare il lunario con il magro stipendio di papà. Non ci mancava nulla, ma certamente non potevamo permetterci niente di superfluo. Anche un gelato costituiva un avvenimento. Un giorno, sistemando la camera dei miei genitori, dal gilet di mio padre cadde una carta da dieci lire, a quel tempo un piccolo tesoro. Sapevo che non si doveva rubare, ma l’idea che per una volta potessi essere io ad offrire qualcosa alle mie amichette fu più forte di me, e così rubai. La stessa sera, durante la cena, mio padre si lamentò per la scomparsa dei soldi che aveva messo nel taschino e chiese se per caso qualcuno li avesse trovati. Mia madre e i miei fratelli naturalmente negarono ed io tacqui. Arrivato il momento di andare a dormire mi ritirai in camera, accesi la luce e sopra la spalliera del letto mi trovai davanti, appese al muro con un chiodo, le dieci lire.
Fu un duro colpo. Avrei preferito mille volte di più un rimprovero pesante, magari anche un ceffone o una punizione esemplare, ma niente di tutto ciò. Solo quella carta appiccicata al muro perché ricordassi il mio atto di disonestà, per rimproverarmi silenziosamente. Passò una settimana e mi feci coraggio dicendo a mia madre che ormai avevo capito bene la lezione e che quindi poteva staccare dal muro quella carta, ma lei mi rispose che era bene che vi restasse ancora un altro po’: vi rimase per più di un mese. Oggi posso garantire che per il resto della mia vita non solo non ho mai più rubato ma neppure mi è mai venuto il desiderio o l’idea di farlo».

Questa parabola, o esperienza di vita come lei chiamava i suoi insegnamenti da vecchia maestra di borgata, è alquanto illuminante. Sono sicuro che tanti educatori ne potrebbero ricavare moltissimi spunti, ma a me ora ne interessa soltanto uno, poiché penso che possa fare da sfondo a tutti gli altri: il disvalore trasmesso dalla madre a suo figlio, ma anche da noi colleghi adulti che con il nostro silenzio abbiamo avvallato il misfatto. Pertanto mi chiedo: che cosa avrà mai capito quel “magnifico rampollo di mamma” dal nostro comportamento?
Di sicuro che rubare non è sbagliato o al massimo dipende dalla refurtiva, che gli adulti non sono maestri di vita dai quali imparare le cose che valgono, e che sua madre non solo non ha alcuna autorevolezza ma neppure autorità. Ma più ancora perché il ragazzo ha recepito un insegnamento bugiardo, cioè che se si desidera qualcosa basta prendersela, perfino rubarla; anche se poi qualcuno dovrà pagare a causa di questo furto. Così, come nel caso nostro, sarà la Scuola a dover rinunciare ad altri acquisti.
L’adolescente sbruffone ha imparato da sua madre che il suo “Io” è al centro dell’universo, pertanto ha tutti i diritti e può appropriarsi di ogni cosa. Impunemente.
Ma è questa la verità? Davvero è l’onnipotenza dell’Io l’unico punto di riferimento per crescere e per vivere? Non lo è. Anzi.
Vero è che sono tante altre le verità della vita, come la dimensione e il rispetto dell’altro, l’onestà, la gentilezza, la carità, l’amicizia, l’amore… e queste non si possono comprare, tantomeno rubare. Ma soltanto imparare. A patto però che ci siano due condizioni: la prima è che si tolga l’Io dal centro del mondo e la seconda è che ci siano “maestri di vita” che non hanno abdicato al loro ruolo di educatori. Questa è la ragione per cui ho  sempre pensato che sia tempo di smettersela con la solita tiritera di lamentazioni per una gioventù allo sbando, e piuttosto sia arrivato il momento di chiedersi se per caso ci sia ancora in giro qualche adulto che possieda dei valori.

Secondo me infatti, la dichiarata emergenza educativa non riguarda per niente la nuova generazione, ma la vecchia che forse ha dimenticato le parolacce antiche e ha disertato al proprio ruolo educativo perché non ha più nulla che valga la pena da trasmettere ai suoi teneri rampolli.


 


Tommy

 


 

L'articolo è stato pubblicato nel giornalino n° 1,  Anno XX - 2016

 

 


 

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